TERAPIE ORMONALI

Se il tumore presenta i recettori per gli estrogeni (proteine presenti sulla superficie di alcune cellule cancerose), è necessario sottoporsi a una terapia ormonale.
Gli ormoni femminili sono gli estrogeni e il progesterone e sono in grado di influenzare la crescita delle cellule del carcinoma mammario. Le pazienti nelle quali il tumore presenta i recettori per gli estrogeni sono candidate all’ormonoterapia. La terapia ormonale o endocrinoterapia consiste in trattamenti farmacologici che bloccano l’azione degli ormoni femminili sulle cellule tumorali. Si somministra dopo l’intervento chirurgico e riduce la possibilità che il tumore si ripresenti.
L’ormonoterapia, per la sua azione selettiva, si distingue dalla chemioterapia, la cui azione diffusa ostacola la proliferazione delle cellule cancerose ma anche di quelle sane; per cui l’ormonoterapia è associata a minori effetti collaterali. Viene somministrata generalmente per 5 anni e deve iniziare il prima possibile, al termine della chemioterapia o subito dopo l’intervento chirurgico.

Tamoxifene. Tamoxifene è la terapia ormonale “storica” per il trattamento del cancro della mammella. È stato registrato in Italia oltre 30 anni fa ed è stato considerato a lungo il farmaco di riferimento. Agisce legandosi in maniera competi- tiva ai recettori per gli estrogeni. Si è dimostrato efficace nel ridurre il rischio di recidiva in donne colpite da tumore al seno positivo per il recettore degli estrogeni. Di solito tamoxifene può causare alcuni effetti collaterali come vampate di calore e sudorazione, aumento di peso, secchezza o secrezione vaginale. Può indurre menopausa prematura, problemi di fertilità, nausea e vomito, aumento di peso, sbalzi di umore e depressione.
Alcuni di questi effetti collaterali – come vampate di calore, tendenza a ingrassare e depressione – possono dipendere dalla predisposizione personale. In rari casi, a distanza di anni, tamoxifene può causare l’insorgenza del tumore all’endometrio, la mucosa che riveste l’interno dell’utero. Inoltre, accresce leggermente il rischio di coaguli (trombosi) agli arti inferiori.Tamoxifene viene assunto per via orale, alla dose di 20 mg una volta al giorno. L’assunzione può essere effettuata in qualun- que momento della giornata, sia prima sia dopo i pasti. Si consiglia di scegliere un orario e di mantenerlo costante.

Analoghi LHRH. Gli analoghi LHRH sono dei farmaci indicati per le donne in premenopausa, in grado di inibire completamente l’attività delle ovaie. Agiscono a livello del sistema centrale e sono in grado di annullare la produzione di estro- geni, inducendo amenorrea (assenza del ciclo mestruale). Si somministrano per via intramuscolare, una volta ogni 3 mesi. Gli analoghi LHRH si sono dimostrati efficaci nel ridurre il rischio di recidiva. Possono essere somministrati sia da soli sia in associazione a tamoxifene. L’effetto collaterale più comune durante la terapia con analoghi LHRH è rappresentato dalle vampate di calore. Durante il trattamento con questi farmaci sono stati inoltre segnalati casi di cefalea, nausea, vomito, perdita di libido e pigmentazione cutanea. L’impiego prolungato degli analoghi LHRH può indurre perdita ossea (osteoporosi).

Inibitori dell’aromatasi. Per le donne in postmenopausa esistono altri farmaci che hanno la stessa funzione di tamoxifene, ma con diverso meccanismo di azione: sono gli inibitori dell’aromatasi. I farmaci come tamoxifene si sostituiscono agli estrogeni e bloccano il legame tra gli estrogeni e i recettori presenti sulle cellule cancerose. Gli inibitori dell’aromatasi, invece, agiscono più “a monte”, impedendo la produzione di estrogeni: riducono così la quantità di estrogeni in circolo nell’organismo che possono raggiungere le cellule tumorali. Gli inibitori dell’aromatasi sono riservati alle donne già in menopausa, poiché in questa sottopopolazione la produzione di estrogeni da parte delle ovaie si riduce fino a scomparire. Ma gli estrogeni non sono del tutto assenti: nei muscoli, nel fegato e nel tessuto adiposo, c’è comunque una produzione di estrogeni e gli inibitori dell’aromatasi agiscono proprio in tali siti di produzione. Gli inibitori dell’aromatasi più evoluti, quelli cosiddetti di “terza generazione” sono rappresentati dall’anastrozolo, dal letrozolo e dall’exemestane e hanno il vantaggio di poter essere somministrati per via orale una volta al giorno. Negli ultimi anni questi farmaci hanno dimostrato di essere superiori a tamoxifene nelle pazienti con recettori estrogenici positivi. Come suggerito dall’American Society of Clinical Oncology (Società americana di oncologia clinica) queste terapie possono essere utilizzate o dopo l’intervento chirurgico per 5 anni o successivamente a tamoxifene per 2, 3 o 5 anni. Gli inibitori dell’aromatasi sono generalmente associati a effetti collaterali di natura lieve o moderata. La maggior parte delle reazioni avverse può essere attribuita alle normali conseguenze fisiologiche della soppressione dei livelli di estrogeni, quali vampate di calore, artralgia e mialgia (dolori alle articolazioni o ai muscoli). Il trattamento con inibitori dell’aromatasi può essere associato anche a osteoporosi e a fratture ossee.

 

TERAPIE BIOLOGICHE
Negli ultimi anni sono stati studiati farmaci sempre più specifici, in grado di agire in modo molto selettivo e mirato sui meccanismi di regolazione delle cellule neoplastiche senza danneggiare quelle sane. Il farmaco biologico più importante nella terapia del tumore al seno è trastuzumab, che si usa sia da solo sia in combinazione con alcuni chemioterapici o agenti ormonali in pazienti con carcinoma mammario metastatico e dopo l’intervento chirurgico.

Trastuzumab agisce interferendo con una delle modalità di crescita e divisione delle cellule del carcinoma mammario. Il fattore di crescita umano dell’epidermide è una proteina prodotta naturalmente dal corpo umano, che in alcuni casi si attacca a un’altra proteina (HER2 o CerbB2) che si trova sulla superficie delle cellule neoplastiche.
Questo legame stimola la moltiplicazione delle cellule neoplastiche.Trastuzumab blocca tale azione attaccandosi alla proteina HER2, impedendo in tal modo al fattore di crescita umano dell’epidermide di raggiungere le cellule neoplastiche e, di conseguenza, impedendone la divisione e la crescita. Trastuzumab agisce anche da stimolatore delle cellule immunitarie dell’organismo per aiutarle a distruggere le cellule neoplastiche.
Allo stato attuale sembra che solo uno su cinque (20 per cento) casi di tumore della mammella sia sensibile a questo farmaco; trastuzumab, infatti, è efficace solo nelle donne con un livello elevato di proteina HER2, mentre i suoi effetti sono meno evidenti nelle altre pazienti. Sono disponibili diverse modalità di determinazione del livello di HER2.

(Fonte: A.N.D.O.S. NAZIONALE ONLUS)

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